Chi scrive per Bremboski e per Brembosuperski questa volta scrive per sè stesso: perchè non riesco a tacere questa cosa.
Vorrei scrivere questa breve storia, vera. L'ho vissuta questa mattina alle 7.30, a Foppolo. Nevicava e la luce dell'alba tardava a farsi strada: ma c'era la luce diffusa della neve, soffice e dolce, fredda e leggera come milioni di piccole stelle. Per strada un silenzio continuo, tranquillo e vivace per la presenza senza suono di quelle mille falene bianche, piccolissime e allegre. I bambini si stavano preparando per la scuola: prendono il pulmino che li porta a Carona e Branzi.
Allegri e vivaci nei loro bei colori di montagna, moderni e vestiti come piccoli montanari sapienti, le belle facce piene di vita, gli occhioni senza più sonno, giocavano a palle di neve, incuranti delle raccomandazioni delle mamme "ti bagni, resti a scuola bagnato tutto il giorno". La neve, come il mare, gioca con i più piccoli e si fida di loro. Poco più in là, nel buio di quest'aba strana tra muri di neve, passa un vecchio montanaro, con il bidone del latte sulle spalle, il giaccone di fustagno e un cappello da pastore: va a mungere le sue vacche nella stalle fuori dal paese. "Ciao nonno" gli fa un bambino dalle lentiggini scure e dagli occhi intelligenti del montanaro precoce. Anzi "ciao, nòno" alla bergamasca, alla brembana, alla foppolese, come i bambini di una volta.
Il nonno, senza togliersi la cicca di trinciato forte che tiene tra le labbra, umida di neve e rossa di brace, gli dice "fà ol brào". Una carezza solenne, un viatico forte, un pensiero che accompagnerà quel piccolo per tutta la mattina, al caldo della sua scuola, mentre pensa al suo nonno tra le mucche, le montagne, la neve; pensa alla sua voce solenne e lontana, ma forte e sincera, chiara, dal senso profondo del galantuomo che continua la sua vita, le stagioni, l'inverno come l'estate, ripetendo i suoi gesti umili e costanti, del dovere compiuto ogni giorno da anni senza sgarrare mai. Mi sono commosso, per la dolcezza di quell'uomo e per la gioia orgogliosa di quel bambino, accarezzato di lontano dalla ruvidezza del vecchio.
E mi sono anche chiesto: come è potuto accadere che qualcuno abbia sconsacrato questa valle, questa gente, questi sentimenti, li abbia irrisi, li abbia violentati, dicendo loro un tempo, purtroppo non lontano, in publica assemblea, che quel latte un giormo loro, quei vecchi foppolesi e brembani duri come le loro montagne, sarebbero andati a prenderlo e a consegnarlo con la Porsche? Come è potuto accadere che nessuno abbia coperto con una montagna di irrisione chi ha avuto lo stolido pensiero di lasciarsi sfuggire una simile violenza verso il lavoro dignitoso e grande che la montagna vuole dai suoi? Ecco: la neve, il bambino, il vecchio con il bidone del latte questa mattina, oltre alle immagini di grande, commossa e composta dolcezza, hanno fatto nascere anche una rabbia feroce verso chi, senza storia nè patria nè valori, si è permesso un giorno di violentare, irridendoli, i valori veri di questa gente.
La storia, però, come la neve ritorna: si fa attendere, ti fa soffrire, a volte non ci credi più. Poi, una notte, improvvosamente, leggera e senza far rumore, ritorna: e al mattino te la trovi lì. E ci devi fare i conti. Speriamo che sia davvero così.
Grazie nonno, grazie piccolo già così saggio.


