gexgpp ha scritto:grazie mille! posso aggiungere anche che sulle incisioni uscirà entro settembre una pubblicazione del prof. Filippo Motta in Notizie archeologiche bergmomensi ....per ora esiste una breve relazione preliminare.
Sulle incisioni lepontiche dell'Armentarga-Calvi, leggi qui sotto l'articolo preliminare del prof. Motta sul n. 6 di Quaderni Brembani. Aggiungo che il 21 luglio a Carona ci sarà una conferenza del dott. Motta e della dott.sa Stefania Casini dedicata a queste incisioni, al termine di una nuova campagna di studi.
E il giorno dopo ci sarà una visita guidata alle stesse, a cura del Museo Archeologico di Bergamo.
Le iscrizioni in alfabeto leponzio in Alta Val Brembana: un nuovo gruppo di testimonianze celtiche?di Filippo MottaNei Quaderni Brembani n. 3 del 2005 demmo notizia delle incisioni rupestri di Carona, in particolare di quelle situate nella zona che va dall’Armentarga alla Val Camisana, sotto il Pizzo del Diavolo. Si trattava di centinaia di incisioni di grande interesse: figure maschili e femminili, figure di animali, elementi simbolici come nodi di Salomone, croci e stelle a cinque punte, autografi, date, ecc. Testimonianze estremamente interessanti, ma di epoca storica, e cioè dal 1200-1300 in avanti, interesse confermato nei sopralluoghi effettuati dalla dott. Stefania Casini direttrice del Museo Archeologico di Bergamo e dal prof. Angelo Fossati dell’Università di Brescia nel 2006. E’ poi durante i lavori di rilievo condotti in regime di concessione ministeriale da una “equipe” guidata dalla dott. Casini e dal prof. Fossati nel 2007, che sono state individuate delle iscrizioni risalenti addirittura al III-II sec. a.C., ossia alla seconda età del Ferro. Si tratta di alcune iscrizioni redatte in caratteri nord-etruschi, ossia nell’alfabeto detto “di Lugano” o “lepontico”, lo stesso impiegato per le iscrizioni anche a Como e nel Canton Ticino dalla prima popolazione celtica che abitò in queste zone, appunto i Leponzi e gli Orobi.
Si tratta dunque di una pagina completamente nuova nella storia della Valle Brembana. E confessiamo che immaginare l’Armentarga e la Val Camisana, a un’altezza superiore ai duemila metri, già molto prima di Cristo, crocevia di popoli di diversa provenienza è un fatto che ci lascia a dir poco esterrefatti.
A seguito della scoperta, è stata chiesta la collaborazione di un linguista di chiara fama come il prof. Filippo Motta dell’Università di Pisa che è prontamente giunto a Carona e poi è nuovamente tornato per continuare la ricerca e illustrare con la dott. Casini i primissimi risultati dello studio, in un incontro che si è svolto nello scorso mese di agosto.
Va detto che l’interpretazione di queste iscrizioni è assai più complessa di quanto da profani si potrebbe pensare e siamo grati al prof. Motta che con questo contributo ci illustra i primi risultati del suo lavoro, con un inquadramento storico sul contesto linguistico e culturale davvero significativo e importante.
Rinnoviamo quindi il nostro ringraziamento al prof. Motta per la sua prestigiosa partecipazione e per la sua squisita disponibilità, nonché alla dott. Casini e al prof. Fossati per la loro preziosa collaborazione alla scoperta di queste lontanissime radici della nostra valle. Il lavoro è appena agli inizi ma ci sono già sufficienti motivi anche per un linguista interessato alle antiche testimonianze epigrafiche prelatine dell’Italia settentrionale di essere grato a Francesco Dordoni e a Felice Riceputi per il fatto di essersi accorti un paio di anni fa che in Alta Val Brembana, fra gli alpeggi che dalle baite dell’Armentarga salgono fino ai 2.300 m. della Val Camisana, che su alcuni pietroni ben levigati e sepolti sotto la neve per buona parte dell’anno, c’è una serie impressionante di scritture, disegni, simboli di varie epoche. Così come a Stefania Casini, direttrice del Museo Archeologico di Bergamo e Concessionaria per il Ministero dei Beni Culturali delle ricerche a Carona, e Angelo Fossati dell’Università Cattolica di Brescia, di avere riconosciuto iscrizioni di età preromana, prontamente segnalate a chi scrive.
Il merito di Francesco Dordoni e Felice Riceputi, appassionati cultori di storia locale - i quali su questa rivista, hanno già descritto sommariamente tale eccezionale complesso epigrafico-monumentale - è stato non solo di aver capito subito che quei grovigli apparentemente inestricabili di segni erano scomponibili in strati cronologicamente diversi di scritture, simboli e raffigurazioni iconiche (e poi tanti miei colleghi accademici hanno la puzza al naso nei confronti degli studiosi non professionisti!) ma anche di aver voluto, con una bella e purtroppo non frequente dose di modestia, affidare la loro scoperta a specialisti in vari settori (archeologi, epigrafisti, linguisti), i quali, da loro e dal sindaco di Carona Tarcisio Migliorini costantemente accompagnati e assistiti più volte in situ, hanno iniziato il lavoro di rilievo e interpretazione. Chi scrive ha compiuto già due esami autoptici del masso n°1 (quello più interessante per chi si occupa di scritture antiche) nel luglio e nell’agosto 2007 e ne sta studiando i rilievi a contatto su lucido realizzati da Stefania Casini e Angelo Fossati.
Come si diceva il lavoro è appena agli inizi e ha l’aria di essere lungo e complesso e si può, per ora, fornire solo il risultato di alcune prime riflessioni. Intanto è assodato che, accanto (e in alcuni casi sotto) disegni e scritti medievali e moderni, sono presenti sul masso alcune più o meno lunghe sequenze alfabetiche e la certezza è data dalla quantità di segni che corrispondono a lettere in un determinato alfabeto e in uno solo: l’eventualità di incisioni che casualmente riproducano qualche grafo in una qualche scrittura è dunque esclusa a priori. Siamo dunque in presenza di un alfabeto e questo alfabeto è senza ombra di dubbio quello leponzio (o di Lugano). Si tratta cioè della più antica scrittura impiegata da una popolazione celtica, nella fattispecie i Celti golasecchiani. Ma qui occorre dare qualche informazione più generale sulla questione delle scritture impiegate dai Celti.
E' un fatto ben noto che i Celti antichi (Keltoí, Keltae, Celtae, Galli, Galátai nelle fonti classiche) erano popoli senza scrittura i quali tramandavano per via esclusivamente orale il proprio patrimonio di conoscenze e di tradizioni letterarie, storiche, giuridiche, religiose, ecc., affidate ad una classe di "professionisti della parola", i druidi, che diventavano tali dopo lunghi anni di apprendimento in vere e proprie scuole e grazie a complesse e raffinate mnemotecniche. Tale condizione della cultura celtica più antica è stata spesso fraintesa, tanto da osservatori antichi quanto da studiosi moderni: il famoso passo cesariano "neque fas esse existimant [Druides disciplinam] litteris mandare, cum in reliquis fere rebus, publicis privatisque rationibus, [Galli] graecis litteris utuntur" (BG VI, 14), da cui dipendono, anche quando evitino di esplicitarlo, tutte le moderne speculazioni sulla "interdizione druidica della scrittura", si spiega all'interno di una cultura "grafocentrica" come quella della Roma di Cesare (e la nostra) per la quale se presso una popolazione cui si riconosce un alto grado di acculturazione non c'è scrittura, vuol dire che nei confronti di questa dovevano esistere un'opposizione ideologica ed una diffidenza così forti da arrivare ad una vera e propria interdizione. La realtà è assai diversa e consiste nel carattere eminentemente orale della cultura celtica più antica, la quale, semplicemente, non aveva bisogno di essere affidata alla scrittura, senza aver mai conosciuto un qualche divieto in proposito . E anche quando i Celti appresero da altri a scrivere (v. oltre) rimase a lungo da parte delle classi colte una sorta di diffidenza nei confronti della prassi alfabetica applicata ai testi “alti” e ciò spiega vari altri fatti, come ad esempio, la tematica della maggior parte dei testi celtici antichi esistenti: se si escludono i casi particolarissimi della Botorrita celtiberica dove compare un’iscrizione di carattere giuridico-sacrale (ma non, si badi bene, letteraria) e, forse, della tegola gallica di Châteaubleu (RIG l-93), tutto quello che noi abbiamo di scritto da parte degli antichi Celti si riduce a marchi di proprietà e di fabbrica, inventari, epigrafi funerarie, dediche votive agli dei, tessere d’ospitalità. calendari, tabellae defixionis, brevi messaggi “pubblicitari” o erotico-scherzosi su oggetti di uso domestico.
Tutto ciò fornisce per altro preziosi indizi circa le vie della penetrazione della scrittura presso i Celti e sugli ambienti socio-culturali che per primi la adottarono, come ha lucidamente messo in luce il Campanile:
"Questa dicotomia tra una cultura 'superiore', che privilegiava le tematiche religiose, storiche, giuridiche e poetiche e che a lungo restò fedele alla prassi dell'oralità, e una cultura 'inferiore', sensibile a immediate esigenze pratiche e aperta all'accoglimento della scrittura, ci permette anche una ragionevole ipotesi sulle classi sociali attraverso cui la scrittura entrò nel mondo celtico continentale. Non furono certo le persone colte per definizione, come abbiamo già rilevato, a recepire la prassi scrittoria; questa dovette introdursi, piuttosto, ad opera di commercianti e di una classe benestante che aveva un immediato interesse a stabilire in forma sicura la proprietà di un oggetto o a pubblicizzare un atto di liberalità nei confronti degli dei o a ricordare la sepoltura di un parente. Da questo punto di vista è rilevante che in Gallia l'alfabeto greco muova da un grande centro commerciale come Marsiglia e di lì si sia irradiato lungo le valli del Rodano e dei suoi affluenti, cioè seguendo comode e importanti vie commerciali" .
Un processo, comunque, che non coinvolse mai la totalità del mondo celtico come mostra anche il fatto che ampie e importanti aree della celticità, anche dopo essere venute a contatto con culture alfabetizzate, continuarono a mantenersi distanti da ogni prassi scrittoria e si estinsero senza aver in pratica mai prodotto alcunché di scritto: è il caso dei Galati d'Asia Minore, le cui testimonianze sono tutte di fonte indiretta (nomi propri in iscrizioni in altre lingue; glosse di autori classici) o dei Celti della Britannia romana, dei quali si conoscono fino ad oggi (oltre ai toponimi e antroponimi conservati nell'epigrafia latina e negli autori antichi) appena due documenti (in scrittura latina) che solo molto dubitativamente possiamo considerare redatti in lingua britannica antica .
E’ da tener presente anche una diversità profonda, dopo l'identica situazione di partenza di assoluta oralità, fra gli sviluppi e le conseguenze dell'adozione della scrittura latina fra i Celti del continente e quelli delle isole: sul continente, infatti, questa si impose dopo una prima fase caratterizzata dall'apprendimento di diverse scritture da altre popolazioni (v. oltre) che non aveva comportato, tuttavia, l'adozione anche delle rispettive lingue, cosa che invece avvenne appena poco dopo l'adozione di quella latina, tanto che già al III -inizi del IV sec. d. C. viene posta l'estinzione del più longevo dei parlati celtici continentali, il gallico. In ambito insulare, al contrario, non solo quello latino fu il primo ed unico alfabeto appreso dall’esterno da parte di quei Celti, ma, per la storia diversa di queste aree rispetto a quella del continente (ricordiamo che l'Irlanda non fu mai conquistata dai Romani e che l'occupazione della Britannia fu un fatto limitato nel tempo e nello spazio), le lingue celtiche sopravvissero a lungo (e alcune sopravvivono ancora oggi) e si ebbe così modo, dopo l'apprendimento della scrittura latina nelle scuole di grammatica insulari medioevali, di affidare allo scritto, e dopo più o meno profonde rielaborazioni, i testi in lingua irlandese o gallese fino a quel momento tramandati per via esclusivamente orale. Per farci capire, a costo anche di essere “brutali”, diremo che nel momento stesso in cui i Galli cominciarono a scrivere in alfabeto latino siglarono anche, in un certo senso, il proprio atto di morte. Non sarà un caso, ad esempio, che alcuni importanti testi epigrafici gallici, come le epigrafi di Todi (RIG *E-5) e Vercelli (RIG *E-2) siano digrafi e bilingui e che anche quelli redatti esclusivamente in alfabeto e lingua celtici, mostrino comunque una fase avanzata di romanizzazione: basti pensare all’iscrizione di Briona (RIG E-1), con quel personaggio kuitos lekatos (Quintus legatus) che esibisce un nome ed un titolo romani, spie evidenti della concessione ad personam della cittadinanza .
Riassumendo queste rapide osservazioni: non esiste, in pratica, alcun vero e proprio alfabeto specificatamente “celtico”, la cui invenzione, cioè, possa esser fatta risalire ad una qualsivoglia popolazione celtica antica.
Una parziale (o, forse, addirittura apparente) eccezione potrebbe essere costituita dall’alfabeto ogamico, vale a dire quel complicato sistema scrittorio utilizzato in Irlanda e nelle colonie gaeliche di Britannia fra il V ed il VII secolo (con inizi, forse, già dal IV e prosecuzioni tarde e "scolastiche" in vari mss. assai posteriori) per incidere brevi e stereotipe iscrizioni funerarie. In questa scrittura, realizzata con l'intaglio di tacche e di puntini lungo lo spigolo di una pietra, i valori alfabetici sono dati dal raggruppamento numerico e dalla collocazione degli intagli: le quindici consonanti si raggruppano in tre serie di tacche (ogni serie è costituita da un minimo di una ad un massimo di cinque) disposte perpendicolarmente a destra, a sinistra e trasversalmente rispetto a quella linea di riferimento, mentre le cinque vocali sono rappresentate da punti (ancora da uno a cinque) scalpellati sullo spigolo vivo. Ma si tratta di un'eccezione limitata e parziale perché l'ogam, pur derivando certamente da un codice di comunicazione locale preesistente non scrittorio (digitale?) e al di là della "morfologia" dei segni impiegati, che sono appunto quelli precedenti, diventò un vero e proprio sistema alfabetico in virtù di un complesso rapporto fra riflessione autonoma sul sistema fonologico irlandese e assimilazione dell'insegnamento grammaticale latino, mentre il primo vero processo di alfabetizzazione - di cui dunque anche l'ogam fa parte - avvenne con l'apprendimento dalla cultura latina medioevale e del concetto stesso di scrittura : anche i Celti irlandesi, insomma, arrivarono a scrivere, in ultima analisi, per un input venuto da fuori e solo il mezzo materiale di quella particolare scrittura chiamata ogam fu recuperato dalla tradizione indigena.
Tutti i documenti celtici di ambito continentale sono invece redatti in alfabeti propri di altre popolazioni e da queste appresi in una fase già relativamente tarda per la storia della celticità, ma qui il panorama è più articolato. I Galli della Narbonense appresero a scrivere dai Greci di Marsiglia e le loro iscrizioni, comprese fra il III e la prima metà del I sec. a. C., sono redatte in alfabeto greco , che fu impiegato poi nella zona centro-orientale della Gallia fra la prima metà del I sec. a. C. e la prima metà del I d. C. ed è questa la fase cui si riferisce la testimonianza di Cesare "in castris Helvetiorum tabulae repertae sunt litteris graecis confectae et ad Caesarem relatae, quibus in tabulis nominatim ratio confecta erat, qui numerus domo exisset eorum, qui arma ferre possent, et item separatim pueri, senes mulieresque" (BG I, 29); successivamente, a partire certamente dalla prima metà del I sec. d. C., ma con possibili isolati precedenti già alla metà del I a. C., viene adottata in tutta la Gallia la scrittura latina . Le iscrizioni dei Celti di Spagna (Celtiberi) che coprono il periodo fra il la prima metà del II sec. e la prima metà del I sec. a.C. sono redatte nella scrittura semisillabica iberica e quelle più tarde, numericamente meno significative, in alfabeto latino . I Celti golasecchiani, infine, così come i Veneti e i Reti, sono debitori degli Etruschi per l'apprendimento della scrittura, da loro adattata in quella particolare versione detta “leponzio” o “di Lugano” che è caratteristica delle iscrizioni leponzie stricto sensu del Canton Ticino, dei territorii intorno ai laghi di Lugano, Como, Varese, e Maggiore (secoli VII-I a.C.) e di alcune serie monetali delle foci del Rodano e della Val d'Aosta. Tale scrittura venne poi adottata anche dai Galli “storici” (lateniani), gli autori dei pochi altri documenti epigrafici celtici d'Italia come Briona, Vercelli, Milano, Todi .
La provincia di Bergamo ha fino ad oggi restituito solo pochi oggetti di varia datazione (dal V a.C. in poi) inscritti in alfabeto di Lugano, dall’abitato di Parre (l’antica Parra degli Orombovii citati da Plinio?) in Val Seriana, dal capoluogo, da Capriate S. Gervasio, Verdello, Fornovo S. Giovanni e da Lovere. Si tratta di brevi iscrizioni, spesso frammenti o abbreviazioni, costituite da un unico nome. Fra questi nomi alcuni sono di chiaro stampo celtico, come Katua (cfr. gall. *catu- “battaglia”, assai frequente in onomastica) e Piuot (cfr. Piuotialui di Davesco, appositivo in. -alo- di celt. * Biwontjo-, a sua volta formazione participiale di *biwo-, lo stesso di lat. vivus) , entrambe da Parre.
E’inevitabile, a questo punto, chiedersi se anche le nuove iscrizioni sul masso 1 della Val Camisana, in Alta Val Brembana, certamente redatte in alfabeto leponzio , siano anche in lingua celtica, allargando ulteriormente, per geografia e “altitudine” l’area di questo tipo di documentazione. Il lavoro di rilievo e interpretazione è, come dicevo, appena cominciato e qui non posso fornire che pochissime, prime e provvisorie considerazioni esclusivamente su una delle sequenze alfabetiche che compaiono sul masso. Occorre però mettere in guardia da un atteggiamento metodologicamente errato come sarebbe quello che volesse istituire una meccanica equivalenza fra alfabeto e lingua, giacché sappiamo che la scrittura di Lugano, benché tipica dei Celti golasecchiani e poi di quelli lateniani (v. sopra) non è servita solo per le epigrafie leponzia e gallica ma deve aver avuto una diffusione anche fra etnie diverse: si pensi solo all’ iscrizione di Voltino, che, nonostante tanti ingegnosi tentativi, continua a resistere ad ogni spiegazione a base celtica e lo stesso potrebbe dirsi del graffito Pisa su un’olletta di Remedello, che non ha riscontri nell’onomastica celtica conosciuta.
Non è detto quindi a priori che le nostre incisioni siano necessariamente celtiche. E neppure dovremmo, anche se alcune si rivelassero tali (v. qui di seguito) concludere immediatamente che anche tutte le altre lo sono: l’area fra l’Armentarga e la Val Camisana deve essere stata in antichità non diversa da tante altre collocate in prossimità di passi e valichi alpini: più punto di incontro che non linea di separazione fra popolazioni diverse. Infine c’è anche da tener conto dell’eventualità –di cui si hanno copiose testimonianze nell’Etruria padana e almeno una nell’area leponzia- che almeno alcune delle sequenze non siano affatto “lingua” ma solo “scrittura” fine a se stessa, cioè esercizi grafici di qualcuno che stava imparando (o insegnando) a scrivere: e anche questa sarebbe una bella testimonianza del ruolo culturale e di contatto del luogo.
Fatte tutte queste premesse dettate dalla cautela che sempre bisogna avere quando si scopre un documento eccezionale ma difficile (guai, insomma, a farsi prendere dall’entusiasmo!), mi pare si possa tuttavia affermare che almeno una delle sequenze sul masso ha una buona probabilità di essere celtica. Si tratta di quella che si lascia agevolemente isolare e leggere come ateriola niakios, dove è legittimo riconoscere una formula onomastica bimembre tpicamente celtica. Il primo membro (idionimo), un maschile in –a come non è infrequente in celtico , è facilmente analizzabile come un composto con il ben noto prefisso elativo celtico ate- (cfr. gall. Ateboduus, Atepomarus, Ategnatus, ecc. ) più lo stesso elemento onomastico che compare (evidentemente abbreviato) in un graffito di Giubiasco (riol) e che pure ha ulteriori confronti nell’onomastica celtica . Più incerto il lessema *niako- (o *niago-) perché non trovo confronti onomastici o lessicali celtici appropriati, mentre mi pare assai probabile che su questo sia stato comunque formato un tipico appositivo (patronimico?) celtico in -io-. La formula, pertanto, risulterebbe identica a quelle galliche Ekkaios Eskingomarios (“Eccaios (figlio di) Excingomaros”), Sekeios Dougilios, Frontu Tarbetisonios, ecc. .