di caciana » giovedì 18 giugno 2009, 13:38
Riporto un articolo tratto da l'Eco di Bergamo alcuni giorni fa.
Per i più la crescita dei funghi rimane un mistero
Per i più la crescita dei funghi rimane un mistero. Non per chi si occupa della produzione degli champignons (altro nome dei prataioli) e delle altre varietà coltivabili che, a differenza dei porcini e degli altri funghi spontanei, appartengono alla famiglia dei saprofiti, di quei funghi cioè che si nutrono di un substrato riproducibile diciamo così artificialmente. Pochissimi sanno pure che la Bergamasca detiene un record a livello nazionale: è sorto infatti a Casazza, su iniziativa di una famiglia di emigranti del posto rientrata nei primi Anni Sessanta dagli Stati Uniti, il primo esempio italiano di coltivazione di funghi in ambienti non naturali, su scaffali di legno posti in capannoni termocondizionati.
Sulla spinta dell'Italian American Mushrooms, seguita a ruota dalla Fungorobica di Cenate Sotto della famiglia Amaglio che ha iniziato l'attività 1967, nacque per così dire un piccolo polo della coltivazione di funghi che, negli anni tra i Settanta e gli Ottanta, fece diventare la nostra provincia la prima in Italia per la produzione di champignons. Non industrie, ma sempre aziende agricole, seppure ad altissima specializzazione ed a ciclo completo. Che significa partire dalla creazione di quel substrato che, opportunamente trattato ed arricchito con sostanze azotate, fornisce l'humus necessario per seminare le spore e per lo sviluppo del micelio (che alla fine di questa prima fase si presenta come una sorta di ragnatela che invade tutto il substrato: è questo il periodo detto di incubazione). Solo in quel momento il substrato può essere trasportato nelle stanze di coltura vere e proprie, attrezzate con scaffalature in legno o metallo simili nella struttura a letti a castello, e quindi venire coperto con uno strato di terriccio molto ricco di torba. Nelle stanze buie, tutte opportunamente condizionate di temperatura ed umidità, le ife iniziano il loro percorso e vanno ad occupare lo strato di terriccio fino a far capolino sulla superficie e a sviluppare il carpoforo (cioè il corpo del fungo, quello che siamo abituati a considerare tale).
In circa dieci giorni dalla sua comparsa il fungo raggiungerà la completa maturazione. La raccolta avviene tutti i giorni e da ogni stanza vengono colti solo i funghi prossimi alla maturazione, per garantire la freschezza al consumatore finale. La fase di raccolta si protrae normalmente per 2-3 settimane e quando la stanza non è più in grado di garantire un'adeguata produzione viene sterilizzata, scaricata, lavata, disinfettata e preparata per il successivo riempimento che avviene di norma un paio di giorni dopo lo svuotamento.
Se tutte le fasi della catena produttiva saranno state svolte senza intoppi, la produzione in peso di funghi sarà pari ad un quarto di quello del materiale di partenza (da un quintale di stallatico all'incirca 25 kg di funghi). Questo vale naturalmente per gli champignons, sia nella versione bianca che color crema, l'unica varietà coltivata dalle aziende sopracitate, le uniche sopravvissute al declino che questo tipo di attività ha conosciuto a partire dalla metà degli Anni Ottanta.
Negli anni d'oro della fungicoltura orobica le aziende di una certa dimensione erano una mezza dozzina per un totale di dipendenti stimati in più di 300 unità che facevano di quest'attività agricola una delle più floride dal punto di vista dell'occupazione. Attualmente le due aziende citate, le uniche rimaste operative, impiegano un centinaio di dipendenti e la produzione globale si attesta poco sopra i 20 mila quintali l'anno (qualcosa più della metà appannaggio della Fungorobica che è stata anche la prima in Italia a produrre gli champignons biologici; il resto all'Italian American Mushrooms). Motivo del ridimensionamento? Innanzitutto il progresso della tecnica di coltivazione, che ha consentito di aumentare la produzione unitaria e per addetto e per unità di superficie (con circa la metà della superficie coltivata si ottengono oggi i medesimi quantitativi di funghi, che per l'azienda di cui stiamo parlando ammontano tra i 6 mila e gli 8 mila quintali l'anno). Poi la concorrenza interna e forestiera, appannaggio per il mercato nazionale da regioni come il Veneto ed il Lazio dove sono stati messi a punto sistemi di produzione a ciclo aperto che consentono un notevole contenimento dei costi. Significa che, a differenza dei nostri fungicoltori, si occupano solo dell'innesto e/o dello sviluppo del micelio, acquistando il prodotto da aziende che invece si occupano della preparazione del substrato.
C'è poi la concorrenza estera, sia delle nazioni tradizionalmente produttrici, la Francia e l'Olanda in particolare, sia dei più recenti arrivi dall'Est. Infine, fatto di non poco conto, il consumo degli champignons in Italia è fermo da anni sui medesimi quantitativi che si attestato sui due chili pro capite l'anno, la metà dei tedeschi e dei francesi tanto per esempio. Ma è sulla qualità - notevolmente migliore per il prodotto nostrano - che i nostri coltivatori continuano a puntare. In effetti basta scorrere i menu dei ristoranti italiani per rendersi conto che, pizzerie a parte, gli champignons entrano solo sporadicamente nell'offerta gastronomica, ancora più raramente dei cugini nobili che vivono stagioni più brevi ed hanno costi ben più elevati. E pensare che invece con 3 o 4 euro al chilo (prezzo al consumatore finale) si possono reperire champignons tutto l'anno; che sono sicuri dal punto di vista alimentare; che avendo un basso apporto calorico sono perfetti per le diete; che si prestano alle più svariate preparazioni, a crudo nei carpacci o in insalata, o cotti per sé soli o in mille combinazioni. Importante che al momento dell'acquisto si presentino turgidi, di una colorazione brillante (sia bianchi che crema), privi di tumefazioni o parti annerite e molli. Un semplice risciacquo basta per prepararli al consumo; non vanno assolutamente sbucciati ma va eliminata la parte del gambo che scende al di sotto della curvatura del cappello. In cucina l'errore più frequente è l'eccessiva cottura. Bastano invece pochissimi minuti (a seconda naturalmente di quanto spessi li si taglia) per cogliere il potenziale organolettico che si esprime al meglio se mantengono una certa croccantezza.
L'ultimo consiglio è di comprare champignons bergamaschi: la qualità della produzione delle due aziende nostrane è riconosciuta a livello europeo. I loro funghi si trovano nei punti vendita anche delle catene di supermercati più diffusi, sia a livello locale che nazionale.
Elio Ghisalberti